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Le Portatrici della Grande Guerra

Le Portatrici della Grande Guerra

Written by  Claudio Calandra Domenica, 20 Dicembre 2020
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di Claudio Calandra

Sono state centinaia le eroine dimenticate dalla storia - la Storia dei libri di scuola, quella dalla

S maiuscola - ma custodite nella memoria degli abitanti di quei luoghi che la Storia l’hanno vissuta; come la Carnia, terra di confine con l’Austria.

portatrici blogUna terra "italianissima” da sempre, avendo le radici in quel Julium Camicum ( attuale Zuglio ) le cui vestigia sono ancora chiaramente visibili, e da dove partiva quella via Julia Augusta per il Norico, costruita dai Romani due secoli prima di Cristo, ma non evidentemente abbastanza per il generale Cadorna. Preoccupava il Comandante Supremo quel dialetto tedesco che assieme all’italiano e al friulano veniva parlato in alcune borgate a ridosso del confine, di necessità, vista la migrazione stagionale di molti, soprattutto come venditori ambulanti in Austria e in Germania.

Così dispose il trasferimento forzato di quella popolazione nei paesi più a sud, salvo poi ripensarci, intervenendo invece con una sostanziale limitazione della presenza su quel fronte di soldati della leva locale, destinando la Zona Camia a divisioni come la Enna, la Catania e la Caltanisetta. Reparti che si distingueranno per abnegazione e coraggio, ma assolutamente privi di quella conoscenza dei luoghi - particolarmente impervi ed esposti al nemico - soprattutto necessaria per i rifornimenti alle trincee in alta quota. Tanto più in un fronte come quello, mantenuto fino all’ultimo momento disarmato di teleferiche e mulattiere, perché il nemico non si accorgesse delle nostre vere intenzioni, quando invece gli Austriaci sapevano già del nostro Patto con l’Intesa del 27 aprile 1915 e ne scrivevano i giornali di mezza Europa. Insomma, bersaglio sicuro, quei reparti, per il cecchino e l’artiglieria del nemico, almeno fino a quando il generale Clemente Lequio comandante della Zona Camia, non riuscì, con modi da nobile piemontese quale era, a fare leva sullo spirito patriottico della gente, inducendo centinaia di donne - da poco più che bambine a madri di famiglia - ad offrirsi come volontarie per rifornire le trincee di tutto quanto necessario a combattere e sopravvivere, per trasportare a valle i feriti e persino per agire, quando necessario, come serventi ai pezzi di artiglieria.

Nacquero cosi le Portatrici Carniche, organizzate in squadre da cinque, dotate di un bracciale rosso con l’indicazione del numero del libretto di servizio e del reparto militare di appartenenza, “armate” delle loro gerle (Ceste coniche con cinghie in cui si infilano le braccia per sostenerla dietro le spalle), con fardello che superava spesso i 40 chili, per viaggi di tre, quattro ore, quelle necessarie per raggiungere trincee intorno ai 2000-2300 metri di quota.

Sono state centinaia e anche nonna Irma era stata una “Portatrice Carnica”.

Raccontava Manuela Di Centa, l’olimpionica e campionessa del mondo di sci di fondo, che sua nonna Irma non avrebbe mai scambiato quell’unica medaglia che possedeva con le sue sette olimpiche, sette mondiali e due coppe del mondo. E aggiungeva di essere stata pienamente d’accordo con la nonna, perché quella sua medaglia, legata all’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto, le era stata conferita a fronte di fatiche e sacrifici incomparabili, rischiando quotidianamente la vita per sedici lunghi mesi, dallo scoppio della Grande Guerra fino a Caporetto.

Di entrambe, nonna e nipote, viene ricordato l’amabile sorriso: la campionessa lo elargiva a tifosi e fotografi, dall’alto di un podio, la nonna Irma lo offriva ai nostri soldati, raggiunti nel fango delle trincee dopo ore di cammino, sotto il peso di una gerla carica di tutto.

Non le frenava il maltempo, la neve e nemmeno la paura, pratiche come erano dei boschi, dei prati, di ogni sentiero, di ogni anfratto, divenuti familiari in tempo di pace con lo sfalcio dell’erba e il pascolo nelle malghe. Il loro compenso era di una lira e mezza a viaggio , ma quello che riuscirono a trasmettere, anche semplicemente con un sorriso a chi era costretto giorno e notte in trincea, era davvero impagabile. Portatrici di conforto, di serenità, di speranza , soprattutto nei confronti dei feriti, che riuscivano a portare a valle spesso con mezzi di fortuna e tra mille difficoltà: protagoniste di storie di eroismo e di amore, destinate ad entrare nella leggenda .

Una leggenda custodita per tanti anni fra i monti della Camia, nella indifferenza di uno Stato che arriverà ad estendere l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto alle Portatrici soltanto nel 1974; e sarà il Presidente Scalfaro a conferire, motu proprio, la memoria la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Portatrice Maria Plozner Mentii di anni 32, madre di quattro figli, colpita mortalmente dal cecchino austriaco mentre rientrava dalle trincee innevate del Malpasso.

A lei era stata intitolata la Caserma degli Alpini di Paluzza, il comune dove era nata, un privilegio che non risulta concesso a nessuna altra donna al mondo, ma quella caserma è stata demolita nel 2016 proprio quando ricorreva il centenario della morte della eroica Portatrice.

 
Come dire, con le parole di Cesare Pavese, “che la ricchezza della vita è fatta di ricordi, dimenticati.”

 

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